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Trasparenza nell’ad-tech: si muove anche il Guardian

Il quotidiano ha aperto un’azione legale contro il suo fornitore di ad-tech accusandolo di non aver reso note delle fee richieste agli advertiser. Un fatto che evidenzia il bisogno, anche lato vendita, di un maggiore controllo dei processi

di Alessandra La Rosa
30 marzo 2017
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Costi delle piattaforme tecnologiche? Il Guardian vuole vederci chiaro, e ha aperto un’azione legale contro un importante fornitore di ad-tech (si tratta di Rubicon Project) accusandolo di non aver reso note delle fee richieste agli advertiser interessati ad acquistare le sue inventory online.

Il quotidiano britannico è sul piede di guerra con le società di advertising tecnologico da diverso tempo, da quando, conducendo un’analisi sulle proprie inventory lo scorso anno, ha scoperto di ricevere solo il 30% di quanto ogni inserzionista spendeva nell’acquisto in programmatic degli spazi. Il resto si perdeva tra le piattaforme tecnologiche. Una perdita non da poco per un editore che negli ultimi tre mesi ha venduto in maniera automatizzata circa l’80% delle sue inventory display, e che recentemente ha annunciato pesanti tagli alle proprie strutture in UK e negli Stati Uniti a causa dei sui conti in rosso.

Da allora, il Guardian non ha rinunciato al Programmatic, mettendo anzi a punto una serie di nuove soluzioni data-driven per una migliore valorizzazione delle proprie audience, ma ha puntato a un riequilibrio della collaborazione con i propri fornitori di ad-tech, fissando nuovi termini agli accordi. E, adesso, arrivando alle vie legali.

Ma al di là del caso specifico, la notizia, riportata da varie testate internazionali e poi confermata dallo stesso quotidiano inglese, sottolinea un tema generale: l’esistenza di un certo malessere dei publisher nei confronti della gestione delle vendite dei loro spazi in Programmatic, e la necessità, anche lato “sell”, di un determinato grado di trasparenza nei processi.

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