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Borriello, Arkage: «Grazie alla blockchain più trasparenza e fiducia nella filiera pubblicitaria»

Secondo il Ceo della società impegnata nello sviluppo di una piattaforma di media delivery basata su blockchain, la tecnologia può aiutare a risolvere alcune delle principali criticità del mercato dell’adv digitale

Alessandra La Rosa
06 luglio 2018
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La blockchain è certamente una delle tecnologie del momento, e molti nella industry sono convinti che il suo utilizzo potrebbe aiutare a risolvere le inefficienze della filiera della pubblicità digitale. Non ultima l’UPA, che proprio pochi giorni fa ha ufficializzato l’avvio di un progetto finalizzato all’applicazione di questa tecnologia alla supply chain, in modo da avere totale visibilità dell’attività di tutti i soggetti coinvolti nell’erogazione delle campagne, o IAB, che quasi un anno fa ha dato vita a un tavolo di lavoro su questo argomento, volto alla realizzazione di un libro bianco.

Oltre alle associazioni di mercato, poi, ci sono diverse società che si stanno impegnando in prima persona nell’analisi di come la blockchain può essere applicata a sistemi e processi della pubblicità digitale. E tra queste c’è Arkage che, in occasione della presentazione dei risultati della Ricerca 2017-2018 dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano, ha annunciato un progetto di sviluppo di una piattaforma di media delivery basata su blockchain.

Secondo Arkage, la blockchain è infatti la soluzione giusta per rendere la filiera pubblicitaria più trasparente ed efficiente, innescando una maggiore fiducia reciproca tra i vari attori all’interno del mercato. In questa intervista, il Ceo della società Pasquale Borriello ci spiega il perché, fornendoci anche un suo punto di vista sulla possibile evoluzione dell’applicazione di questa tecnologia al mondo della pubblicità digitale.

Puoi parlarci un po’ meglio del progetto che hai annunciato all’Osservatorio Internet Media? In cosa consiste e quando vedrà la luce?

«Come Arkage stiamo lavorando ad un proof of concept di implementazione della blockchain al media planning e buying, che possa permettere una notevole ottimizzazione della filiera. In una prima fase ci limiteremo a studiarne la fattibilità teorica e le ripercussioni concrete su tutti i player in termini di business e di trust. Successivamente cercheremo partner tecnologici per sviluppare concretamente la piattaforma. Sappiamo che da più parti – Marc Pritchard di P&G ha cominciato a parlarne oltre 1 anno fa – arrivano pressioni per migliorare un sistema che non sembra più funzionare a dovere. Pensiamo che l’industry della comunicazione debba rispondere a questa richiesta dall’interno, senza lasciare alle grandi piattaforme il pallino del gioco. Ad esempio, Facebook sta lavorando ad una blockchain per i sistemi di pagamento, ma se pensiamo che la maggior parte delle transazioni su Facebook avviene per l’acquisto di spazi media…».

A tuo parere, quali sono gli aspetti (o le criticità) del programmatic che la blockchain può contribuire a risolvere?

«Il programmatic ha diversi problemi legati alla brand safety e alla transparency, lo sappiamo bene. Ma questo vale non solo per il programmatic: in tutta la media supply chain manca trasparenza, omogeneità sulle metriche e sul calcolo delle performance. E poi ci sono troppi attori e fee poco chiare. Insomma, il sistema è diventato esageratamente complesso e quindi difficile da controllare».

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Tecnicamente, in che modo la blockchain può promuovere una maggiore trasparenza nell’ecosistema del trading programmatico?

«I costi di tecnologia e d’intermediazione sono i principali problemi che si possono risolvere in modo ovvio con la tecnologia blockchain. La filiera ne guadagnerebbe in efficienza e, ne siamo convinti, anche in efficacia. Applicando la tecnologia che sta rivoluzionando il fintech all’advertising digitale, andremo a migliorare il livello di servizio e questo migliorerebbe la relazione tra partner: aziende investitrici, agenzie e centri media, fornitori di tecnologia. Persino gli utenti potrebbero giovare di un ecosistema più sano, perché s’innescherebbe una maggiore fiducia reciproca all’interno del mercato pubblicitario. Pensiamo di averne davvero bisogno».

C’è già qualche azienda che si sta muovendo in tal senso (come Unilever insieme a IBM). Che tipo di evoluzione vedi nell’applicazione della blockchain alla pubblicità digitale?

«Ci sono tanti esperimenti in fase beta. Uno dei più interessanti è ad esempio la “blockchainizzazione” dell’Ads.txt: la blockchain può servire a validare in modo certo e sicuro la lista dei seller autorizzati dall’editore. Ce n’è un altro particolarmente interessante: si chiama XCHNG e cerca di standardizzare le fasi dell’acquisto media cercando di rendere validabile attraverso la blockchain ogni transazione che potrà quindi anche essere automatizzata completamente: la negoziazione di acquisto-vendita dello spazio pubblicitario, la misurazione delle performance e ovviamente il pagamento».

«Crediamo che l’evoluzione non sarà tanto l’implementazione di piattaforme di blockchain per il media buying, quanto le ripercussioni indirette che ci saranno – e per la verità già cominciano a vedersi – quando tutti i player capiranno che il sistema va migliorato e c’è una soluzione a portata di mano. Accadrà in piccolo quello che sta avvenendo nel sistema bancario: una tecnologia disruptive porterà innovazione anche laddove non arriva perché i player (e forse perfino gli utenti) vorranno avere subito i vantaggi che tale tecnologia può garantire. Come nel caso del banking, è tutta una questione di sicurezza, trasparenza e fiducia nell’intermediazione. Ne vedremo delle belle».

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