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Ads.txt: quanti editori lo hanno adottato?

Lanciato da IAB Tech Lab come possibile soluzione alle frodi pubblicitarie, è uno strumento che rende pubblico l’elenco dei venditori adv autorizzati di un publisher. Ma in quanti lo stanno utilizzando?

di Alessandra La Rosa
06 settembre 2017
ad-fraud

E’ stato ufficialmente lanciato qualche mese fa nella sua versione definitiva, ma quanto oggi lo strumento Ads.txt è effettivamente utilizzato?

Era maggio quando IAB Tech Lab annunciava la disponibilità di Ads.txt, un nuovo tool contro le frodi, una soluzione che si proponeva di rendere più sicure le transazioni pubblicitarie via piattaforma, rispondendo alle preoccupazioni degli inserzionisti. Di fatto, un indice preformattato di venditori autorizzati che gli editori possono attaccare ai loro domini consentendo agli advertiser di riconoscere chi è ufficialmente preposto alla vendita delle loro inventory.

Col tempo, lo strumento è stato perfezionato, ed ha ricevuto l’“endorsement” di varie società, oltre la stessa IAB, tra cui anche Google che, dopo aver condotto dei test, si è accorta che alcune delle proprie inventory (o meglio, inventory spacciate come di Google) venivano commercializzate a sua insaputa da provider esterni.

Nonostante gli importanti promotori, sembra però che la soluzione fatichi a prendere piede. Uno studio condotto da MarTech Today ha rivelato che dei 500 siti a maggior traffico americani, solo 34 utilizzano il tool. Perché? I motivi sono diversi. Secondo Digiday, ad esempio, il fatto che i team tecnologici sono spesso oberati di lavoro su altri progetti, e tra questi Ads.txt non è una priorità. O che la comprensione di quanto Ads.txt possa portare beneficio alle property di un editore si perda nei labirinti dell’organizzazione aziendale, dove spesso i team di prodotto, commerciali e di ad operations operano in maniera indipendente tra loro, e all’interno della catena non tutti hanno abbastanza familiarità con l’ambiente ad tech da capire gli effetti negativi delle frodi pubblicitarie e sentire l’esigenza di adottare soluzioni per contrastarle.

Alcuni editori, inoltre, utilizzano reseller non autorizzati per far crescere la domanda sui loro spazi, e preferirebbero evitare di farlo sapere agli inserzionisti. Per loro, eliminare questi rivenditori potrebbe implicare far diminuire la domanda pubblicitaria.

Certo qualcosa potrebbe cambiare se alcuni inserzionisti cominciassero a selezionare per i loro acquisti pubblicitari solo gli editori che utilizzano la soluzione. Ma per farlo, dovrebbero avere dall’altra parte un bacino abbastanza ampio di inventory da cui pescare. Diversi grandi editori hanno già adottato Ads.txt: tra di loro ci sono ESPN, Business Insider, Forbes, USA Today Network, The New York Times, The Washington Post, Vox Media e il New York Post. Ma tra quelli che non lo hanno fatto ci sono editori altrettanto importanti: solo per citarne alcuni, Bloomberg, The Wall Street Journal, HuffPost e BuzzFeed.

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