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Ads.txt, l’adozione dello strumento contro le frodi continua a crescere

Secondo uno studio, la soluzione è oggi utilizzata da oltre la metà dei 5 mila siti più popolari del mondo che vendono pubblicità in programmatic

di Alessandra La Rosa
12 marzo 2018
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Nato lo scorso maggio da un’iniziativa di IAB Tech Lab, Ads.txt col tempo si sta diffondendo sempre più tra gli editori come strumento di riferimento per combattere le frodi in ambito pubblicitario.

Dopo un inizio un po’ in sordina, infatti, l’utilizzo di questo strumento sta aumentando a vista d’occhio, trainato dall’endorsement di vari operatori del mercato, alcuni dei quali hanno concretamente limitato la compravendita di spazi pubblicitari ai soli siti dotati di tale soluzione. Tra di loro Adform, 4Strokemedia, Smart, AppNexus, Mediamath, SpotX, GroupM e Google solo per citarne alcuni.

A rivelarlo è una ricerca di Pixalate, che ha fotografato il tasso di utilizzo di Ads.txt tra i 5 mila siti internet più popolari a livello mondiale che vendono pubblicità in programmatic, individuati sulla base delle classifiche Alexa.

Come si diceva, i primi mesi hanno visto una diffusione abbastanza bassa dello strumento, complice una difficoltà di comprensione dei suoi benefici ed altre priorità dei publisher rispetto alla sua implementazione. A settembre, solo l’8,5% dei top 5 mila siti a livello globale aveva adottato Ads.txt. A partire da quel mese, tuttavia, l’adozione del tool è cresciuta rapidamente, fino ad arrivare al 51% dei siti alla fine di febbraio. Di seguito un grafico che mostra il trend.

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Ads.txt è un file di testo che gli editori “attaccano” ai loro domini e che elenca i nomi di tutte le piattaforme autorizzate a vendere le inventory di quel sito. Il file è aperto e accessibile a chiunque, e nella sua semplicità si sta rivelando efficace nel garantire maggiore sicurezza a chi vuole comprare uno spazio pubblicitario su una inventory premium e può verificare se la piattaforma dalla quale sta acquistando è effettivamente autorizzata a vendere quello spazio. Se il rivenditore non è tra quelli in lista, è molto probabile che l’inventory non sia reale e dunque è il caso, per l’inserzionista, di non procedere con l’acquisto.

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