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Ads.txt a breve anche per le app. Ecco come funzionerà (forse)

IAB punta ad estendere lo strumento anti-frode all’ambiente in-app. Ma non mancano difficoltà, a partire dalla necessità di trovare dei codici identificativi per i software

di Alessandra La Rosa
07 giugno 2018
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Un anno fa IAB Tech Lab lanciava ads.txt, uno strumento candidato a diventare la soluzione per risolvere il problema delle inventory fraudolente: un file di testo con la lista dei rivenditori autorizzati delle inventory di un sito.

Oggi questo strumento, dopo una prima fase iniziale “in sordina” e l’endorsement di tante piattaforme tecnologiche, è utilizzato da oltre 2 milioni di editori, tra cui quasi tutti i principali gruppi, e costituisce effettivamente – nonostante alcune imperfezioni – un prezioso strumento per capire se uno spazio adv che si sta acquistando è effettivamente “reale” e non un falso. Per IAB Tech Lab, a questo punto, erano maturi i tempi per ampliare la portata di ads.txt a un altro ambiente, dopo quello web: ossia quello delle app.

Il 6 giugno, dunque, IAB ha pubblicato “Mobile App Support for Ads.txt”, una guida, costruita sull’esistente ads.txt, volta a “facilitare la protezione dall’ad fraud – spiega l’associazione – all’interno del marketing sulle app mobile”. Il documento è aperto ai commenti pubblici per i prossimi 30 giorni.

In effetti, però, utilizzare ads.txt sulle app non è esattamente come usarlo sulle pagine web. Innanzitutto perché lo strumento “vive” nelle URL dei siti (per accedervi, basta aggiungere la dicitura /ads.txt all’indirizzo di un sito), e le app come si sa non hanno un dominio. Come fare allora? IAB avrebbe pensato a questa soluzione: utilizzare un campo normalmente usato dagli app store per identificare un software all’interno del loro marketplace. Quando infatti uno sviluppatore registra un’app su uno store come quello di Apple, Google o Amazon, crea una sorta di identificativo di gruppo, che ha la forma di una URL rovesciata e che, secondo IAB potrebbe essere utilizzato dalle aziende per ottenere il file ads.txt associato a una specifica applicazione.

Ma potrebbe non essere così facile come sembra. Il successo dell’iniziativa, infatti, dipenderebbe dagli store, il cui operato varia a seconda del marketplace, e che di per sé non sono stati creati per supportare strumenti come ads.txt. Ad esempio, Apple normalmente fissa un tetto massimo di accessi agli identificativi di gruppo, oltre il quale ogni richiesta viene rifiutata. E ovviamente questo non consentirebbe un utilizzo efficace di ads.txt. “In un mondo ideale – scrive AdExchanger – tutti e tre i grossi marketplace di applicazioni – Google, Apple e Amazon – implementerebbero o sceglierebbero un campo standard per l’ads.txt in-app e abbatterebbero ogni possibile piccola barriera”. Ma la storia insegna che trovare una visione comune non è sempre semplice.

Qualora non si riuscisse a trovare un accordo in tempi brevi, sembrerebbe comunque che IAB abbia in tasca dei piani alternativi, come ad esempio la realizzazione di API standardizzate create da operatori terzi o entità indipendenti per recuperare i dati identificativi delle app.

In ogni caso, per una maggiore efficacia nel combattere le frodi pubblicitarie, IAB suggerisce che lo strumento ads.txt venga utilizzato sempre insieme ad un altro tool dell’associazione, ads.cert, di più recente realizzazione e che autentifica le inventory attraverso l’uso di informazioni crittografate.

«Considerata la predominanza del mobile in generale e delle app più nello specifico, è essenziale portare all’interno del panorama delle app delle soluzioni contro le frodi pubblicitarie – spiega Dennis Buchheim, Senior Vice President e General Manager di IAB Tech Lab -. Combinate, ads.txt e ads.cert offrono una doppia arma per combattere le frodi, e i loro benefici andranno lontano nel proteggere brand ed editori negli ambienti in-app».

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