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Adform scopre una nuova rete di bot capace di generare fino a 1,5 miliardi di chiamate adv al giorno

Il network è arrivato a creare 34 mila domini fake, inclusi diversi editori premium, e oltre 1 milione di URL. Il CRO Stevens ci spiega quali sono le possibili soluzioni per contrastare il fenomeno delle frodi

di Alessandra La Rosa
23 novembre 2017
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Il più ampio network di bot mai esistito. E’ quello che Adform ha annunciato di aver recentemente scoperto, grande quattro volte di più del Methbot svelato un anno fa da White Ops (leggi qui l’articolo dedicato) e capace di accedere ad oltre mezzo milione di indirizzi IP, per lo più statunitensi.

Si chiama HyphBot ed è stato scoperto sfruttando algoritmi e analytics della piattaforma tecnologica. Nel white paper in cui lo descrive, Adform parla della capacità del network fraudolento di generare fino a 1,5 miliardi di chiamate pubblicitarie al giorno su 34 mila domini, inclusi diversi editori premium, e oltre 1 milione di URL, creati ad hoc per ingannare ignari inserzionisti convinti di comprare inventory da grandi siti come The Economist, The Financial Times, The Wall Street Journal e CNN, secondo una tattica conosciuta nel mercato come “domain spoofing”.

L’inventory fake era per lo più video e l’attività del network sarebbe cominciata ad agosto, arrivando a raccogliere una spesa in header bidding di 1,5 milioni di dollari.

“Abbiamo accesso agli IP dei data center in cui questi server sono ospitati. Abbiamo anche accesso diretto ai tag pubblicitari che sono posizionati direttamente nel codice sorgente. Ciò significa che abbiamo informazioni su dove esattamente queste richieste d’asta hanno avuto origine”, spiega Adform nel white paper.

Programmatic Italia ha chiesto a Jay Stevens, CRO di Adform se quello dei network di bot è un rischio reale anche per il mercato italiano. «Sì – ha risposto il manager -, l’ecosistema programmatico è globale e la maggior parte dei principali editori italiani ha venduto i propri spazi in questo modo per diversi anni. I publisher italiani dovrebbero iniziare ad adottare lo strumento Ads.txt il più velocemente possibile e limitare il numero di exchange autorizzati solo alle piattaforme strettamente fidate. Per quanto riguarda gli inserzionisti, invece, dovrebbero utilizzare delle DSP che hanno al loro interno funzionalità di rilevamento delle frodi, per ridurre il problema».

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Jay Stevens

Per Stevens, Ads.txt è dunque un tool fondamentale per contrastare le frodi. Lo strumento, creato da IAB Tech Lab proprio per contrastare il fenomeno del “domain spoofing”, consta in un indice preformattato di venditori autorizzati che gli editori possono attaccare ai loro domini e che, liberamente e pubblicamente accessibile, consente agli advertiser di riconoscere chi è ufficialmente preposto alla vendita della inventory che stanno acquistando.

Tuttavia, il manager precisa che Ads.txt non è la soluzione a tutti i mali: «E’ il migliore primo passo, ma non è una panacea. Gli editori dovrebbero limitare il numero di SSP ed exchange con cui lavorano a quelli che hanno severe regole sulle inventory per minimizzare le attività fraudolente, e lavorare in maniera diretta con i trading desk delle agenzie per far loro sapere quali sono gli exchange autorizzati».

Secondo un recente studio di White Ops, il fenomeno delle frodi è tutt’altro che debellato. La società ha stimato che proprio in queste ultime settimane dell’anno in cui si registra un aumento della spesa in adv online, tra Black Friday, Cyber Monday e festività natalizie, si verificherà la metà di tutte le frodi pubblicitarie del 2017, con perdite nel trimestre stimate intorno ai 3,5 miliardi di dollari.

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