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16,4 miliardi di dollari: ecco quanto costeranno le frodi pubblicitarie al mercato nel 2017

Una cifra più che raddoppiata rispetto alle precedenti stime, calcolata verificando 200 miliardi di richieste di asta al giorno e 10 miliardi di impression pubblicitarie al mese per un periodo totale di un anno

di Alessandra La Rosa
16 marzo 2017
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Le frodi pubblicitarie online potrebbero costare al mercato globale 16,4 miliardi di dollari quest’anno. A dirlo è uno studio internazionale, condotto da Adloox per le agenzie The&Partnership e m/SIX.

Una cifra più che raddoppiata rispetto alle precedenti stime, calcolata verificando 200 miliardi di richieste di asta al giorno e 10 miliardi di impression pubblicitarie al mese per un periodo totale di un anno. Il risultato è che quasi il 20% dei 66 miliardi di dollari spesi in pubblicità digitale lo scorso anno potrebbero essere andati persi a causa delle inventory “fake”; ossia 12,4 miliardi, molto più dei 7,2 stimati per il 2016 dall’Association of National Advertisers americana.

Prendendo come riferimento per la spesa pubblicitaria 2017 la cifra di 80 miliardi di dollari stimata da eMarketer, e l’attuale tasso di crescita delle frodi, la ricerca prevede che il costo di questo fenomeno possa salire a 16,4 miliardi di dollari quest’anno.

«Abbiamo il dovere di unirci come membri di una industry – dalle agenzie media alle organizzazioni di mercato alle grandi piattaforme come Google e Facebook, richiamando anche eventuali aiuti governativi se necessario – per proteggere il nostro futuro e quello dei nostri clienti», commenta Johnny Hornby, fondatore di The&Partnership.

Hornby non manca di riconoscere il “buon lavoro” fatto da varie associazioni come l’ANA e IAB in merito alle frodi, ma fornisce anche quattro raccomandazioni per gli operatori del mercato. Innanzitutto la necessità per le agenzie media di «investire tempo, energia e professionisti per fornire le migliori strategie e politiche per proteggere i loro clienti». I clienti, invece, dovrebbero «uscire dalla tentazione del digital media “economico” e investire in un’appropriata brand protection», ad esempio attraverso tecnologie di verifica pre-bid. Secondo il manager, anche i grandi operatori come Google e Facebook devono migliorare le loro misure per prevenire il fenomeno. E, sempre a proposito di questi colossi, per essi è giunto il momento «di finire di dare un voto ai loro stessi compiti a casa e consentire a specialisti e società di misurazione di terze parti di accedere ai loro walled garden».

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