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Frodi adv, hacker russi “rubano” 5 milioni di dollari al giorno. Angelini: «Serve approccio sistematico»

Il gruppo indirizzava su siti fake aziende convinte di acquistare inventory premium su property “illustri”. Un caso che ha risollevato la questione della trasparenza dell’ad tech. Ecco cosa ne pensa il ceo di SenseMaker-comScore Italia

di Alessandra La Rosa e Teresa Nappi
22 dicembre 2016
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La società di cyber security White Ops ha scoperto forse la più grande frode pubblicitaria digitale mai esistita: un’azione, coordinata da un gruppo di hacker russi chiamato “Methbot”, volta a falsificare visualizzazioni pubblicitarie video, indirizzando su siti fake inserzionisti convinti di avere acquistato inventory premium su property come Huffington Post, The Economist, Fortune, ESPN, Vogue, Facebook e migliaia di altri domini.

L’azione, che ha coinvolto il mercato statunitense, ha generato fino a 5 milioni di dollari di revenue fraudolente al giorno. “Utilizzando una quantità di browser automatizzati con indirizzi IP acquisiti in maniera fraudolenta, l’operazione methbot ha ‘visualizzato’ fino a 300 milioni di spot al giorno su siti fake disegnati per apparire come inventory di editori premium – ha dichiarato White Ops, riportata da eMarketer -. Più di 6 mila editori sono stati colpiti, rendendo l’azione capace di attirare milioni di investimenti pubblicitari”.

L’operazione methbot, partita ad ottobre secondo White Ops, ha creato più di mezzo milione di utenti fake e 250 mila siti web falsi. E se fosse andata avanti un anno intero, al ritmo di 5 milioni di dollari al giorno, avrebbe accumulato in maniera fraudolenta 1,8 miliardi di dollari, oltre il 15% di quanto eMarketer stima sia la cifra spesa in pubblicità video digitale negli Stati Uniti nel 2016. «Questo fatto ha un impatto economico reale – ha spiegato Mike Tiffany, CEO e co-founder di White Ops -. Sono stati derubati sia gli editori, perché è stata la loro inventory a venire contraffatta, sia gli inserzionisti, che hanno speso milioni di dollari pensando di acquistare spazi su editori reali».

La faccenda porta ancora una volta alla luce il tema della trasparenza della compravendita automatizzata di pubblicità. Questione spinosa per la digital industry (“trasparenza” è stata votata dal mercato parola dell’anno) e su cui gli operatori si stanno ultimamente mobilitando in maniera particolare anche nel nostro mercato.

Abbiamo chiesto a Fabrizio Angelini, ceo di SenseMaker-comScore Italia, un parere sulla questione. Ecco cosa ci ha risposto.

«Il fenomeno dei fake cresce proporzionalmente alla crescita del mercato programmatic. Che si tratti di inventory o di contenuti (news o video), aspetto quest’ultimo nell’occhio del ciclone in questo momento, il problema resta enorme e presto potrebbe avere ripercussioni sostanziali su tutti i mercati, compreso il nostro. Un approccio sistematico al problema dell’inventory fraudolenta e della trasparenza si sta così rendendo necessario. E in questo senso, un’iniziativa apprezzabile – e la prima sostanziale promossa a livello internazionale, a quanto ci risulta -, è quella del Libro Bianco sul tema frodi promosso da UPA».

«Altrettanto importante», continua Angelini, «è l’attivazione di strumenti di tutela, come il nostro VCE, che offre la possibilità di schermare siti fraudolenti. Come? Attraverso l’utilizzo di sistemi semantici evoluti e a una contestuale analisi del traffico invalido, altro indice di grande valenza per accreditare un sito come premium oppure no. Dei campanelli di allarme, insomma, possono essere attivati e va fatto al più presto, perché più crescerà il mercato programmatico, più aumenteranno questo tipo di iniziative».

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