Main partner:

Su Chrome arriva l’ad blocker. Quali conseguenze per il mercato?

Filtro o blocco che sia, è un sistema che limita la visualizzazione di parte della pubblicità. Il che, da un lato, garantisce migliore esperienza all’utente, ma dall’altro colpisce una fonte di revenue degli editori, soprattutto quelli medio-piccoli

di Alessandra La Rosa
05 giugno 2017
google

Con un blog post ufficiale, Google ha reso noti i piani per il suo ad blocker, dopo le indiscrezioni circolate un paio di mesi fa. La società ha comunicato che il prossimo anno aggiungerà un filtro anti-pubblicità al suo browser Chrome, per bloccare gli annunci più fastidiosi per gli utenti.

Alla base della selezione delle campagne da bloccare, la rispondenza o meno degli annunci ai criteri stabiliti dalla Coalition for Better Ads, associazione creata da varie aziende del mercato pubblicitario volta a migliorare l’esperienza degli utenti con l’advertising digitale. Alcuni dei formati “incriminati” sono i pop-up, i video in auto-play con suono attivato ed i “prestitial” che fanno visualizzare il contenuto editoriale dopo un conto alla rovescia.

L’iniziativa ha subito riscosso ampia risonanza. Oggi il browser Chrome, secondo le ultime statistiche della società specializzata NetMarketShare, è utilizzato da quasi 6 dispositivi su 10 tra desktop e mobile, e alla luce di questi numeri l’integrazione di un ad blocker potrebbe avere un grosso impatto sul mercato.

Ma quali possono essere le reali conseguenze di questa mossa di Google?

Non è mancato chi ha sottolineato l’apparente paradosso nella decisione di limitare in qualche modo la visualizzazione di annunci da parte di una società che basa la stragrande maggioranza delle sue entrate dalla pubblicità (per la precisione, viene dall’adv l’88% dei ricavi di Alphabet). In realtà, Google ha tenuto a precisare che la nuova soluzione non sarà un “blocker”, quando piuttosto un “filtro” come quello già esistente su Chrome per le finestre pop-up.

Ma di fatto, filtro o blocco che sia, si parla di un sistema che limita la visualizzazione di parte della pubblicità. Il che, da un lato, va certamente nella direzione di una migliore esperienza dell’utente, ma dall’altro va a colpire una fonte di revenue per gli editori, soprattutto quelli medio-piccoli. Da questo punto di vista, le opinioni degli editori sono contrastanti. Alcuni fanno notare che quei formati, fastidiosi o no, sono usati da molti siti per pagare i costi dei loro contenuti, e tra l’altro rispondono alle esigenze di viewability degli inserzionisti, alla ricerca di soluzioni pubblicitarie che non vengano ignorate dal pubblico. Altri invece pensano che sia una buona soluzione filtrare gli annunci fastidiosi, quelli tra l’altro che hanno spinto gli utenti ad adottare ad blocker più “drastici” che bloccano l’intero carico pubblicitario.

E a proposito di ad blocker drastici, secondo alcune testate la decisione di Google di realizzare un proprio filtro anti pubblicità andrebbe proprio nella direzione di bloccare lo sviluppo di altre soluzioni di questo genere. A tal proposito, Google introdurrà presto anche Funding Choices, ora in beta, uno strumento per gli editori che consentirà di mostrare un messaggio personalizzato agli utenti che utilizzano filtri anti pubblicità, ‎invitandoli a attivare gli annunci sul proprio sito, o pagare tramite il nuovo Google Contributor, per ottenere un pass che consente di rimuovere tutte le inserzioni. Di questo passo, Big G potrebbe acquisire sempre più controllo su quali annunci bloccare, e ciò potrebbe conferirle una posizione ancora più dominante nell’ambito della pubblicità online.

Resta di fatto che questa novità riaccende l’attenzione sul tema degli ad blocker, la cui adozione dopo una fase di rapida crescita si era ultimamente stabilizzata. Secondo la ricerca interassociativa realizzata da Assocom, FCP-Assointernet, Fedoweb, IAB Italia, Netcomm e UPA, coordinata da GroupM e commissionata a comScore e Human Highway, lo scorso novembre in Italia il numero degli utenti unici con un ad blocker installato nel pc era fermo al 13%, dato stabile rispetto allo scorso maggio.

Il programmatic nella tua e-mail. Ricevi gratuitamente la nostra newsletter