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Big Data Analytics, cresce in Italia il mercato e la consapevolezza delle aziende sul suo potenziale

Il valore del settore quest’anno è aumentato del 22%, raggiungendo 1,1 miliardi di euro, e il 43% dei CIO vede in quest’area la principale priorità di investimento nel 2018. I dati dell’Osservatorio del PoliMi

di Alessandra La Rosa
22 novembre 2017
big-data

Cresce il mercato dei Big Data Analytics e insieme ad esso cresce anche la consapevolezza delle aziende italiane delle opportunità offerte dai dati. Secondo quanto rileva la ricerca dell’Osservatorio Big Data Analytics & Business Intelligence della School Management del Politecnico di Milano, quest’anno il valore del mercato è aumentato del 22%, raggiungendo la cifra complessiva di 1,1 miliardi di euro, e il 43% dei CIO italiani oggi vede la Business Intelligence, i Big Data e gli Analytics come la principale priorità di investimento nel 2018.

Il processo di trasformazione delle tradizionali imprese italiane in “big data enterprise” è però ancora lungo: soltanto il 17% ha raggiunto un buon livello di maturazione (contro l’8% del 2016), mentre il 26% si trova in una fase di riconfigurazione dei propri processi organizzativi e il 55% è rimasto legato a un modello organizzativo tradizionale, in cui le singole unità di business analizzano i dati di propria competenza senza una visione aziendale complessiva.

«Il valore del mercato Analytics continua a crescere a ritmi elevati e quest’anno ha superato la soglia del miliardo di euro – commenta Carlo Vercellis, Responsabile scientifico dell’Osservatorio -. È il segnale che le grandi imprese ormai conoscono le opportunità offerte dai Big Data e hanno una strategia data driven orientata agli aspetti predittivi e all’automatizzazione di processi e servizi. L’utilizzo dei Big Data Analytics è indispensabile per non rischiare di perdere capacità competitiva: le imprese che negli anni scorsi hanno saputo approfittarne, affiancando all’innovazione tecnologica un modello organizzativo capace di governare il cambiamento, oggi si trovano in portafoglio processi più efficienti, nuovi prodotti e servizi con un ritorno dell’investimento certo e misurabile».

«Le grandi imprese hanno compiuto grandi passi in avanti, con un maggiore investimento di risorse ma anche di competenze, come dimostra il 45% di aziende che ha inserito figure di data scientist in organico – aggiunge Alessandro Piva, Responsabile della ricerca dell’Osservatorio Big Data Analytics e Business Intelligence –. Anche le PMI mostrano un diffuso interesse per l’analisi dei dati, con l’utilizzo di strumenti di data visualization e analytics di base, ma anche servizi di supporto alle attività di marketing. Sebbene coprano ancora oggi soltanto il 13% del mercato, la crescita della spesa è un segnale che, seppur più lentamente, si stanno muovendo nella giusta direzione».

Le grandi aziende e i Big Data

Per quanto riguarda le grandi imprese, nonostante un generale utilizzo dei descriptive analytics, strumenti che descrivono la situazione attuale e passata dei processi aziendali, con una crescita di 11 punti percentuali rispetto allo scorso anno, l’area di maggiore interesse è quella dei predictive analytics, che consentono di effettuare previsioni sull’evoluzione del mercato e sulle strategie, già diffusi nel 73% dei casi (contro il 59% del 2016). Sono ancora indietro, invece, i prescriptive analytics, tool avanzati capaci di proporre soluzioni sulla base delle analisi svolte, presenti solo nel 33% delle grandi imprese (pur in aumento di dieci punti), e ancora di più gli automated analytics, capaci di avviare autonomamente l’azione proposta secondo il risultato delle analisi, diffusi solo nel’11% delle organizzazioni, prevalentemente a livello pilota, pressocché in linea con quello dello scorso anno (10%).

Quanto agli scopi di utilizzo dei dati, il miglioramento dell’engagement con il cliente è quello che la fa da padrone: tra le aziende che hanno avviato iniziative, infatti, questa motivazione si attesta nel 70% dei casi, seguita dall’incremento delle vendite (68%), la riduzione del time to market (66%), l’ampliamento dell’offerta di nuovi prodotti e servizi e l’ottimizzazione dell’offerta attuale per aumentare i margini (64% ciascuno), la riduzione dei costi (57%) e la ricerca di nuovi mercati (41%). Anche tra i risultati effettivamente ottenuti spicca il miglioramento dell’engagement con il cliente, segnalato dalla totalità delle imprese (il 100% degli intervistati), mentre il 91% ha incrementato le vendite, il 78% ha ridotto il tempo che intercorre fra l’ideazione e commercializzazione del prodotto, il 67% ha ampliato l’offerta di prodotti e servizi, il 73% ha ottimizzato l’offerta per aumentare i margini di guadagno, il 56% ha contenuto i costi e il 38% cercato nuovi mercati. Quasi due società su tre danno un giudizio positivo dei risultati ottenuti: in particolare, il 13% giudica i risultati disruptive, il 21% un grande successo, il 29% un moderato successo, mentre soltanto il 37% ritiene che sia prematuro esprimere una valutazione e nessuna considera un fallimento questo tipo di iniziative.

Tra gli ostacoli principali ai progetti di Big Data Analytics, spiccano la mancanza di impegno e coinvolgimento da parte del top management (53%) e la mancanza di competenze e figure organizzative interne come Chief Data Officer e Data Scientist (51%). Invece non sembrano essere elementi di freno sostanziali i software poco usabili o le soluzioni obsolete (12%), così come la capacità di reperire dall’esterno professionalità con l’adeguato mix di competenze (22%). «Questi dati confermano che il mercato dell’offerta è pronto, con soluzioni allo stato dell’arte e competenze di Big Data Analytics crescenti – afferma Piva – persiste invece in molti casi un gap nella capacità di internalizzare figure e skill in grado di analizzare i dati e la capacità di sviluppare modelli di governance della datascience maturi». Tra gli altri freni vengono segnalate la difficoltà nello stimare i benefici dell’investimento o la necessità di investimenti troppo elevati (39%), soprattutto nelle aziende che per la prima volta si approcciano a soluzioni Analytics, e le problematiche di security e privacy (27%).

La situazione per le PMI

Nonostante la loro quota di spesa complessiva in Analytics sia cresciuta del 18% nel 2017, il ruolo delle piccole e medie imprese è ancora marginale nel mercato degli Analytics. Secondo lo studio, infatti, fra le PMI la diffusione di sistemi di Big Data Analytics si attesta solo al 7%. Tuttavia, le dimensioni aziendali hanno un peso rilevante nel determinare l’approccio a questi sistemi: per le microimprese è ancora prematuro parlare di Big Data Analytics perché non ne comprendono l’utilità e non sono sufficientemente strutturate, ma un’azienda su cinque con almeno dieci addetti ha progetti di Analytics in corso e il dato sale al 24% per le imprese con più di 50 addetti, segno di un deciso miglioramento anche delle PMI sulla strada che porta a diventare “Big Data Enterprise”.

Quando si tratta di valutare l’investimento in progetti di Big Data Analytics, spesso le PMI trovano difficoltà a stimare i reali benefici. Un altro ostacolo è la mancanza di competenze adeguate, difficili sia da sviluppare internamente che da reperire all’esterno, mentre una PMI su dieci è preoccupata dagli aspetti legati alla sicurezza informatica. Il tema delle competenze in particolare è molto sentito dalle PMI che dichiarano di voler utilizzare a breve i Big Data: tre su cinque hanno assunto figure specializzate nell’ultimo anno, ma fra le competenze inserite spicca la conoscenza dei sistemi informatici rispetto all’analisi statistica e al project management.

Le startup specializzate

Le startup del mercato Big Data e Business Intelligence finanziate da investitori istituzionali dal 2015 ad oggi hanno raccolto complessivamente 4,47 miliardi di dollari nel mondo, di cui 7,1 milioni in Italia. Le startup di Big Data e Business Intelligence operano in tre ambiti principali. Nel 13% dei casi nel ramo delle Technologies, offrendo strumenti per la raccolta, l’immagazzinamento, l’organizzazione e l’integrazione del dato. Il 33% si occupa di Analytics Systems, sistemi che non hanno un’applicazione specifica ma possono svolgere diverse funzioni a seconda delle esigenze del cliente. Il 53% delle startup è attivo nell’area delle Applications, soluzioni verticali rivolte a particolari settori industriali (33%) o per una determinata funzione aziendale (67%).

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